Si avete letto bene: in cambio un iPad, uno smartphone e una macchina fotografica rispettivamente per il primo, secondo e terzo posto.
Tutti in fila, forza!
Pagare il logo? Giammai!
Sono passati solo pochi giorni dall’ultimo articolo scritto, mi riferisco a quello dedicato ai 100 euro di cornetti ad Ancona.
In quel caso si parlava piuttosto di un problema (esistente) interno al settore e di ignoranza sull’argomento. Si cercava anche di comprendere la situazione e considerare anche un po’ di autocritica.
Affrontare il tema del logo del centenario dell’ Aeronautica Militare è qualcosa di diverso. Molto diverso.
Il logo dell’ Aeronautica Militare: un nuovo bando.
Di nuovo un premio di cui non si potrà disporre liberamente.
In questo caso, però, non parliamo più del “cornettaro de paese” ma del Corpo militare dello Stato.

Ogni volta, lo sappiamo bene, si sceglie di dare un premio e trattare lo sviluppo dei loghi come se fossero lavoretti scolastici elementari.
Tanto: “tutti riescono a realizzare un disegnino, no?”
Il graphic design, invece, cos’è? Non ci è dato saperlo.
Interessante una certa porzione del regolamento che potete trovare qui, quella in cui si scrive che il logo dovrà rispettare determinati requisiti, ovvero:
- saper interpretare l’immagine, i valori e la storia dell’Aeronautica Militare dalla sua fondazione al giorno d’oggi (quindi una ricerca di anteriorità);
- essere originale e non riproporre progetti preesistenti o in atto e non ricalcare loghi di altri Istituti di cultura aeronautica già esistenti pubblici o privati (altra ricerca di anteriorità)
- poter essere ingrandito o ridotto senza perdita di qualità e di efficacia comunicativa (quindi nel caso di un disegnino bello bello, si spera che possa essere anche ridotto per usi specifici);
- essere concepito in funzione della massima riproducibilità su supporti diversi: timbro, tessere, inviti, carta e lettere intestate, manifesti, gadgets diversi (segnalibri, biro, portachiavi o magliette o altro
materiale); (perché -ovviamente- tutti conoscono a menadito le tecniche di stampa e i supporti, è cosa nota). - prevedere l’inserimento delle date “1923 – 2023”;
- utilizzo dei colori del logo in quadricromia ed in bianco e nero (tutti conoscono bene la quadricromia, anche i bimbi, giusto?);
- non infrangere o violare i diritti terzi di proprietà intellettuale (perché chi fa il disegnino conosce anche il concetto di “Proprietà Intellettuale”, no?).
Quindi è abbastanza chiaro: si chiede a chiunque di realizzare un logo con tutte le caratteristiche che dovrebbe avere un marchio professionale MA al prezzo di beni di consumo, in cambio di una serie di oggetti che possono far gola ai ragazzini che smanettano con Photoshop e che non sanno neanche dove siano di casa i vettori o le regole della comunicazione visiva.
>>> Ne stiamo parlando nel COVO DEI PIRATI GRAFICI, dove è attiva anche una votazione a riguardo.
Se la volontà fosse stata quella di coinvolgere i ragazzi delle scuole, non sarebbe stato più onesto dirlo apertamente? Magari offrendo in cambio materiale utile per lo studio, per la scuola o per l’istituto vincitore.
Oppure, magari, sarebbe stato meglio (e più corretto) creare un bando per le scuole di design, puntando ad ottenere un risultato valido visto che in quel contesto ci sono i professori che avrebbero aiutato i ragazzi nelle varie fasi della progettazione.
MA: Il bando è per tutti, senza particolari distinzioni.
Il Concorso è rivolto a tutti i cittadini/ne italiani e dell’Unione Europea. La partecipazione del concorso è ammessa in forma individuale…”
“… possono partecipare anche studenti che non abbiano conseguito la maggiore età che frequentino Liceo Artistico, Istituti d’Arte, grafica, arti visive e della comunicazione (pubblici o privati). In tal caso, la partecipazione con la scheda del progetto dovrà prevedere anche un Docente in qualità di coordinatore”.
Personalmente: avrei lanciato un bando coinvolgendo le agenzie più quotate o i professionisti migliori sulla piazza.
Invece no. Troppo complicato. Neanche la minima considerazione.
Ma che ce frega del design.
Si spendono soldi per cose assurde e anche inutili (e qui mi mordo la lingua, visto che parliamo dell’ Aeronautica Militare stava per uscire fuori una polemica che è meglio evitare) e si ignora il potenziale di un bando che poteva diventare una splendida occasione per tirare fuori un prodotto eccellente, creato dai designer italiani (ed europei).
Si sa, esistono delle leggi che regolano i bandi di concorso, magari la burocrazia dietro le regole rendono ostica l’idea di un in premio del denaro. Eppure parliamo del Ministero della Difesa. Cioè si sceglie di evitare il proprio DNA solo per non perdere tempo, magari? Assurdo.
Quindi diciamo la verità: lo Stato non dovrebbe comportarsi come il cornettaro.
Non si cerca di tirare fuori il meglio dal proprio territorio, no.
Si cerca di avere più proposte tra cui scegliere: vuoi che tra tutti i partecipanti non escano fuori almeno una decina di proposte interessanti? Impossibile.
Così peggiora ulteriormente la percezione errata che il mondo ha del design. Si alza il livello di ignoranza e ci si muove, in un colpo solo, verso la direzione sbagliata. Triste abitudine.
Ognuno di noi è liberissimo di fare quello che vuole, di partecipare.
Senza doversi sentire in colpa.
Il problema è altrove. Siamo di fronta all’ennesimo caso in cui le istituzioni scelgono di non investire nel design dimostrando che l’ignoranza può deflagrare da ogni direzione.
Si diceva, tempo addietro, che tenevamo parecchio alla bellezza e alla funzionalità. Una volta. Tempo fa.
Adesso quando si dice che l’Italia è la patria del design (oltre che di altre cose) a me sale la tristezza.
La cultura visiva ha un problema insito nella stessa definizione: la cultura.
Quindi, cari grafici: che ognuno inizi a realizzare il logo al suono dell’inno di Mameli, con una mano al cuore e uno sul mouse.
Tanto è un disegnino.




