No, non siamo impazziti. Nessun assembramento, vogliamo solamente parlarvi di manifesti iniziando dal passato. Quanti stimoli troverete! Lasciatevi catturare dalla cultura visiva.
Un veloce viaggio tempestato di immagini e di brevi stralci di storia, per non annoiare gli annoiabili.
E allora manifestiamo! Anche perché lo facciamo da tempi immemori, è una delle forme di pubblicità più antiche che esistano e che deve le sue origini al processo di industrializzazione che dalla seconda metà dell’Ottocento in poi ha cambiato il volto delle città europee.

Europa e Stati Uniti vivevano un periodo di prosperità economica grazie alla massiva industrializzazione: aumento demografico, crescita esponenziale delle città e radicale trasformazione della società.
Si stava formando la cosiddetta società di massa che animava le nuove metropoli europee, soggette a interventi urbanistici radicali: sorgevano luoghi votati all’esposizione e alla vendita di oggetti prodotti in serie, si pensi al Crystal Palace innalzato a Londra per la Great Exhibition del 1851, o ai grandi magazzini che aprirono i battenti in quegli anni (Galéries Lafayette, 1893).
L’aumento demografico e della ricchezza media degli abitanti spinge gli industriali dell’epoca ad avviare le prime produzioni in serie di merci, e nasce quindi l’esigenza di catturare l’interesse delle nuove classi sociali appartenenti alla piccola e media borghesia per allargare la clientela.

Uno dei padri del manifesto pubblicitario è Jules Chéret: uno dei noti artisti della Belle Époque francese come anche Toulouse-Lautrec, che crearono quelli che possono essere considerati i primi veri manifesti pubblicitari.
Chéret stampò migliaia di affiches per teatri, locali notturni e sale da concerto, ottenendo risultati incredibili nell’impiego della litografia a colori. Fu il primo a dare maggiore importanza alla parte figurativa rispetto ai testi, ribaltando i canoni estetici dell’epoca.
Nelle sue locandine Chéret amava ritrarre delle figure femminili: le cosiddette Chérettes furono le prime “modelle pubblicitarie” della storia.
Altri esempi super noti sono le affiche disegnate per pubblicizzare il Moulin Rouge e le Folies Bergère , noti locali parigini dell’epoca. E in questo set di manifesti c’è molto Toulouse-Lautrec.
« … disegnare una affiche o la copertina di un programma costituiva, per lui, un impegno non meno serio che fare un quadro. E si capisce: nella pubblicità il comunicare per sollecitare è più importante che il rappresentare. Se la rappresentazione è qualcosa che si fissa e si prospetta, la comunicazione si insinua e colpisce »
Giulio Carlo Argan
«Solo la figura esiste, il paesaggio non è, né deve essere che un accessorio: il pittore paesaggista non è che un bruto. Il paesaggio deve servire a far comprendere meglio il carattere della figura»
Henri de Toulouse-Lautrec
Da un punto di vista stilistico i primi manifesti si inseriscono nel gusto preponderante dell’epoca, il Liberty. Ecco perché nonostante ciascun artista impieghi il proprio stile nella realizzazione esistono visibilmente dei tratti comuni: la predominanza di una linea sinuosa e mossa che delimita campiture di colore piatto e uniforme, tagli fortemente obliqui dell’immagine e richiami formali alle incisioni giapponesi (soprattutto a quelle di Hokusai).

L’aspetto che rende manifesti come France Champagne (1891) di Pierre Bonnard vicini ad una moderna idea di grafica cartellonistica è l’integrazione organica di parola e immagine. Testo e figure si compongono armonicamente, comunicando in maniera efficace e immediata il messaggio.
In Italia, un impulso venne dato da alcuni artisti, tra cui Dudovich, Seneca, Testa (che lavorarono con diverse ditte italiane creando manifesti pubblicitari dei loro prodotti) e lo stesso fondatore della corrente futurista Filippo Tommaso Marinetti, che cominciò a usare i caratteri tipografici come elemento grafico. E temo che questa sezione necessiti di un articolo apposito.
Ma voglio partire dal periodo in cui il manifesto veniva utilizzato come propaganda. Ah, ero già partita? E va beh, allora buttiamoci su quei manifesti che venivano realizzati per il reclutamento di uomini nei vari eserciti nazionali.
La propaganda durante la Seconda guerra mondiale conobbe uno sviluppo inedito tale che, in alcuni Paesi più che in altri, estese il suo effetto ben oltre il 1945.
Le immagini sono molto importanti nella propaganda, perché vengono comprese in maniera più immediata rispetto ai testi, e vengono memorizzate più facilmente. Ma questo noi già lo sapevamo tutti.
Il Fascismo fu il primo regime totalitario ad utilizzare la propaganda come mezzo per creare consenso nella popolazione e mantenere il potere.
Mussolini era stato giornalista e comprendeva bene l’importanza della stampa per orientare il pensiero della gente. La propaganda fascista venne diffusa inoltre manipolando la radio e il cinema, due mezzi di comunicazione di massa che all’epoca erano molto moderni e che precedentemente non erano mai stati usati a tale scopo.
Una delle caratteristiche dei regimi totalitari è il «culto del capo».
Le idee, i comandi, la volontà del dittatore Benito Mussolini non dovevano essere mai messe in discussione: per questo motivo la sua immagine fu elaborata dalla propaganda in modo da farne un simbolo di virilità, forza, durezza
Anche Hitler conosceva bene la forza della propaganda e quindi anche il nazismo utilizzava ampiamente il manifesto come mezzo principale.
Se analizziamo solo uno dei manifesti riusciamo a carpirne l’essenza e i significati: ad esempio la celebrazione del piano quadriennale varato da Hitler nel 1936 e affidato al ministro Hermann Goering: potenziamento industria bellica.
Lo schema dell’immagine è formato da linee diagonali che si intersecano, creando un effetto di dinamismo, ma anche, allo stesso tempo, di equilibrio visivo.
Le diagonali più evidenti sono quelle formate dagli aerei in volo e dai cannoni puntati, che danno una forte impressione di movimento in avanti: dopotutto l’intento del manifesto è quello di infondere in chi lo guarda un senso di esaltazione, di fiducia nel progresso e nella forza della propria nazione.
In senso opposto ci sono le diagonali formate dai colori dello sfondo, (che non a caso sono gli stessi della bandiera tedesca) rafforzate dalle nuvole e dal fumo che esce dalle ciminiere delle fabbriche.
Tutte queste diagonali insieme offrono la percezione di grande equilibrio compositivo, di stabilità. Il testo che compare nel manifesto “Der Vierahresplan” è allo stesso tempo titolo e slogan.
I caratteri usati sono quelli gotici e, assieme ai colori dell’immagine, suggeriscono un forte sentimento di nazionalismo e appartenenza alla Nazione tedesca.
Visto che parliamo di storia (e lo stiamo facendo velocemente) non possiamo dimenticarci dei magnifici quanto spaventosi manifesti della propaganda sovietica. E si, perché con un grande sforzo dobbiamo anche ora riuscire a mettere da parte le intenzioni per concentrarci sull’aspetto grafico.
La propaganda può essere anche arte: il poeta Vladimir Majakovskij scrisse che il test dell’efficacia di un poster sovietico era la sua capacità di far bloccare all’improvviso un uomo che corre. L’impatto doveva essere immediato: colori vivaci quindi, sui quali domina il rosso, linee decise, forme nette e immagini forti.
Veniva utilizzato il fotomontaggio piuttosto come “arte: utilizzo creativo per le composizioni e si, veniva utilizzato anche dal regime per far sparire dai manifesti le persone cadute in guerra. E alla fine rimaneva solamente Stalin sui manifesti senza i collaboratori. In una mostra al Tate Modern c’era addirittura una sezione dedicata a queste sparizioni.
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Goñi 0307 1937 140×100 Barcelona PSUC -

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Antoni Clavé 1575 1933 100×70 Barcelona Prensa -

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Jacint Bofarull SN01 1937 100×70 Barcelona PSU -

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Le immagini dei manifesti dovevano essere, quindi, immediate, di facile lettura e comprensione anche da parte degli analfabeti. Il messaggio da veicolare doveva essere chiaro e diretto, per incoraggiare la popolazione e diffondere un senso di fiducia nella vittoria sovietica.
A questo punto mi fermo: troppa carne al fuoco.
Vi invito a seguirci per non perdere la seconda parte di questo viaggio nel mondo dei manifesti.

































































