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Non tutti quelli che vagano (nelle idee) sono perduti

Creatività

Non tutti quelli che vagano (nelle idee) sono perduti

Spesso la creatività più che abitare i nostri spiriti ci resta intrappolata dentro. Di tutte le cose che vorremmo fare di noi stessi non ci rimane che un disegno accartocciato, incapace di rappresentare qualunque cosa a causa della complessità con cui pretendeva di essere realizzato. Spesso, ancora, brancoliamo smarriti fra le lande scoscese di un subconscio che è una vita che progetta, cancella, gratta i fondi della nostra testa confusa, ci si contorce dentro e spinge, spinge, spinge, ma ancora niente, le sue creature sono tutte lì incastrate in attesa che una manna santa lo aiuti a partorirle.
Profondamente inquietante, come se tutte le cose che sappiamo di essere in grado di fare, nell’attesa del giorno in cui le faremo davvero, finiscano per rimanere nel bidone della nostra inconcludenza, e marciscano lì, come una montagna di cibo fresco che nessuno ha mai assaporato.
Perché non troviamo la formina giusta con cui ricavare il biscotto dall’ammasso informe di farina che stiamo impastando, perché non troviamo la strada in cui far convergere tutto, perché ci manca questo e quello, perché siamo stanchi, spaesati, disillusi, perché ci abbiamo già provato, perché niente, non mi dà retta nessuno e sembro un pazzo che balla una musica che sente solo lui, perché ormai va’ così ed è troppo tardi per cambiare e ricominciare.
Bene. sappiate cari amici lettori che siete fin qui giunti, toccando insieme a me il culmine della frustrazione specchiandovi in questi barriti di disperazione, che a differenza di come pensate, non siete soli. Quello che state passando ha persino un nome: la crisi del quarto di vita. E che quasi tutte le persone che sono riuscite alla fine a partorire le idee incastrate tra il dentro e il fuori, lo hanno fatto solo dopo aver attraversato il deserto della corteccia cerebrale in cui (probabilmente) tu ed io siamo sperduti adesso, tra le linee di un encefalogramma che rimane piatto nonostante le nostre furiose prese a cazzotti.
Qualche esempio?
Jan Koum. Fonda Whatsapp a 35 anni. Emigrato negli USA dall’Ucraina in condizioni di estrema povertà, la madre faceva la baby sitter, mentre lui spazzava il pavimento di un negozio di alimentari per aiutare a sbarcare il lunario. Quando a sua madre fu diagnosticato un cancro vivevano con l’assegno di invalidità di lei. Ha venduto Whatsapp a Facebook per 6,8 miliardi di dollari.

Jimmy Wales per fondare Wikipedia ci ha messo 35 anni. Si è occupato di finanza fino a quel momento, faceva l’agente di borsa.

Robert Noyce ha fondato Intel a 41 anni e Ray Kroc ha lanciato Mc Donald a 52. Per il resto della sua vita ha venduto frullatori porta a porta. Nel 1954 decide di non pensare alla pensione e apre un ristorante californiano a San Bernardino, gestito da due fratelli che avevano comprato molti frullatori proprio per questa nuova attività. Con loro Kroc lavorò seguendo il metodo della catena di montaggio per accelerare le operazioni di pulizia e al tempo stesso di preparazione dei frullati. I due fratelli erano Dick e Mac McDonald’s, che con Kroc avevano così creato il primo fast food.

John Pemberton era un farmacista della Georgia, prestò servizio militare durante la guerra di secessione e fu quasi ucciso in combattimento: ferito al petto, come molti veterani feriti, divenne dipendente dalla morfina, che usava come antidolorifico. Essendo un farmacista e un chimico cercò di trovare una cura per contrastare la dipendenza. Mentre mescolava ingrendienti, accidentalmente versò dell’acqua gassata sullo sciroppo di base. Nacque la Coca Cola e lui aveva 55 anni.

Amancio Ortega faceva il fattorino in una sartoria. a 40 anni fonda il primo negozio ZARA. Oggi Forbes lo cita tra gli uomini più ricchi e potenti del mondo.

J. K. Rowling fino a 31 anni era una mamma single che viveva con i sussidi statali. Ha iniziato a scrivere Harry Potter su un treno per Londra.

Non tutti quelli che vagano sono perduti.

 

Articolo a cura di Fabiana Palano

 

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